Stele di Rosetta

La pietra in basalto nero di Rosetta, grande quanto la ruota di un carro, venne alla luce il 19 luglio 1799. Il 2 luglio 1798 l'esercito francese sbarcò in Egitto, al comando di Napoleone Bona parte. Al seguito dell’imperatore viaggiavano scienziati con l’incarico di scoprire e studiare .Un giorno ,un ufficiale francese, stava eseguendo degli scavi per la costruzione del forte ,in una zona vicino la città di Rosetta. Durante gli scavi viene portata alla luce una tavoletta con delle incisioni misteriose. Incuriosito ordina di trasportare la tavoletta in un luogo in cui degli esperti venuti al seguito di Napoleone potessero studiarla con calma. A prima vista si nota come nella parte bassa della pietra vi sono delle incisioni greche, nella parte centrale in carattere demotico, lingua corsiva degli egizi già parzialmente nota, mentre in alto vi sono dei geroglifici. Gli studiosi che conoscono bene il primo testo capiscono immediatamente che questo è la traduzione degli altri due. Non era altro che un decreto emesso da un faraone, Tolomeo V che aveva governato nel 196 avanti Cristo. Questa scoperta avrà ripercussioni incredibili sul futuro dell’archeologia. Infatti prima di tale scoperta il problema principale degli archeologici di fronte a scoperte egiziane, era proprio il non comprendere i geroglifici. Non potevano ne datare ne attribuire ai vari faraoni la paternità di templi e tombe. Con la stele di Rosetta tutto ciò risulterà possibile.
Purtroppo però per i francesi la scoperta fu loro ma la tavoletta fu portata a Londra, in Inghilterra. Di questa stele fecero vari calchi e uno di questi arrivò nelle mani di Champoleon che decise di mostrarla ad un suo cugino quindicenne : Champollion.Non tutto però risultò essere così facile, infatti i geroglifici si presentarono con troppi segni per essere una scrittura alfabetica e troppo pochi invece per esprimere una scrittura ideografica.
Il suo lavoro però andava molto a rilento. Finalmente il 14 Settembre del 1822. Champollion ebbe un’intuizione geniale: e se i geroglifici fossero un insieme di segni fonetici e ideografici ? Champollion intuì che il cartiglio (parte di testo circondata ed evidenziata da una linea) nel testo geroglifico conteneva il nome del faraone, ed era riportato allo stesso modo nel testo greco sottostante. Dopo molti anni di faticoso e duro lavoro, mediante accurati confronti con altri testi, lo studioso  fu in grado, nel 1822, di decifrare i geroglifici . Ad ottenere il merito fu una successiva scoperta avvenuta nel 1815, quando furono rinvenuti nell’isola di Philae, due piccoli obelischi: erano una seconda stele in quanto vi era inciso il doppio testo geroglifico e greco; inoltre vi compariva il nome di un altro faraone Tolomeo (Evergete II) con la consorte Cleopatra III . Lo scienziato, leggendo il testo greco, aveva notato che per otto volte ricorreva un anello chiamato cartiglio, contenente numerosi geroglifici e comprendente due segni che non vengono letti: uno determinativo che indica la categoria maschile o femminile cui il nome appartiene e un altro indicante la desinenza dello stesso.
Champollion mise in ordine le lettere del nome riportato, osservando la posizione degli ideogrammi, sotto i corrispondenti segni del cartiglio e potè comprendere ad ogni segno quale lettura del nostro alfabeto corrispondessero. Lo stesso fece per Cleopatra, l’altro nome raffigurato. Percepì dunque che per ciascun geroglifico non corrispondeva necessariamente una parola; inoltre essi non erano pittogrammi o ideogrammi in quanto non rappresentavano esclusivamente oggetti o concetti ma all’interno di un identico testo, essi, potevano avere sia valore simbolico sia fonetico.